lunedì 24 gennaio 2011

Zagrebelsky: Berlusconi scapperà come Craxi

Qualcuno in Piemonte – oltre a presunte fidanzate di cavalieri inesistenti – guarda con attenzione alle evoluzioni dell’inchiesta milanese sul presidente del Consiglio: Gustavo Zagrebelsky, presidente dell’associazione Libertà e giustizia, che ha pubblicamente chiesto le immediate dimissioni del premier. Professore, nell’appello scrivete: “In nessun altro Paese democratico un primo ministro, indagato per così gravi capi di accusa, rimarrebbe in carica”. La situazione è esplosiva: si confrontano nel Paese due contendenti ed entrambi fanno leva sulla parola democrazia. Da una parte chi pensa che il presidente del Consiglio debba dimettersi, dall’altra chi pensa sia in atto una congiura antidemocratica ai danni del premier. L’Italia è spaccata.

Come può accadere?

Qualcuno fa un uso privato della parola democrazia.

Cioè?

Da una parte c’è un’idea di democrazia secondo cui chi è eletto è sotto la legge. Gli altri pensano che chi viene eletto sia sopra la legge.

Il consenso elettorale sarebbe uno scudo giudiziario automatico?

Volendo semplificare, è la vecchia antitesi di Aristotele tra governo delle leggi e governo degli uomini. Nel secondo caso, chi detiene il potere produce le leggi che gli fanno comodo. La differenza tra queste due concezioni di democrazia che oggi albergano, fronteggiandosi, in Italia è che una corrisponde alla democrazia liberale – ed è una conquista delle due Rivoluzioni, francese e americana –; l’altra può avere una pericolosa deriva autocratica. Berlusconi non a caso ha evocato, in un discorso a proposito di un suo processo, il giudizio dei ‘pari’: lui può essere giudicato solo dagli eletti in Parlamento e non dai magistrati.

C’è un modo per conciliare le parti?

Mi pare che il presidente della Repubblica stia cercando di far dialogare queste posizioni estreme.

Nell’appello di Libertà e giustizia si chiede un intervento tempestivo da parte del Quirinale.

È il ruolo del Colle, secondo la nostra Costituzione. Napolitano può far sentire la sua voce per denunciare questo scollamento. Che è preoccupante.

Siamo arrivati all’ultimo atto?

O vince uno o vince l’altro.

Vede rischi?

Questa situazione è destinata ad andare avanti fino allo scontro finale, che non esclude prove di forza. Ma certo queste non saranno a opera dei giudici.

Che significa “prove di forza”?

Manifestazioni, boicottaggi. D’altra parte il presidente del Consiglio dice di non riconoscere i giudici.

Il ministro Mara Carfagna in tv ha detto: “La Procura di Milano è un nemico politico da 16 anni”. Discorso eversivo?

Certo. Ed è pericoloso perché queste cose all’inizio si dicono timidamente. Poi, a furia di ripeterle, diventano verità assolute. Goebbels diceva: una menzogna ripetuta mille volte diventa verità. È la propaganda. Un deputato del Pdl ha detto che l’iniziativa della Procura di Milano è un golpe.

Passano per certezze di rango costituzionale bufale incredibili. Tipo la competenza del Tribunale dei ministri.

Sì, qualcuno si è inventato questa tesi e l’ha messa in giro da qualche giorno. Bisognerebbe dimostrare che intervenire nella procedura di affidamento di un minore fermato rientra nelle funzione del presidente del Consiglio dei ministri. Non basta che il reato sia commesso mentre l’indagato è in carica come Primo ministro. La Costituzione sennò sarebbe stata formulata così: “Per tutti i reati commessi durante il mandato dei ministri e del presidente del Consiglio…”. Invece si parla di “esercizio delle proprie funzioni”. Vuol dire che, durante il mandato, i membri del governo possono commettere due tipi di reato: comuni e afferenti alle competenze. Ma l’esercizio delle funzioni del presidente del Consiglio consiste in atti politici. Non in atti finalizzati a coprire le proprie magagne personali.

Torniamo a Napolitano. Ha detto: si faccia chiarezza in fretta.

Il senso del suo discorso credo sia: si smetta di alimentare lo scontro istituzionale. Deve essere la Cassazione a dire se l’iniziativa dei pm è sbagliata. Mi pare che Napolitano sia preoccupato, perché il fine di questo scontro sembra la prevalenza di una parte sull’altra. Non può essere così.

Se il presidente della Repubblica è così preoccupato del tentativo di elusione della legge, avrebbe potuto esercitare il potere di rinvio delle varie leggi ad personam.

Sono due cose diverse. Questa vicenda va oltre, perché al fondo ha semplicemente il tentativo di una persona di sottrarsi ai giudici. Del resto è la ragione di fondo della ‘discesa in campo’ di Berlusconi. La sorte di questo signore, nel momento in cui non fosse più presidente del Consiglio, sarebbe segnata non politicamente, ma giudiziariamente.

È l’anomalia italiana.

La democrazia è un sistema in cui, quando un Primo ministro cessa di essere tale, torna a casa sua. Tutti gli altri regimi implicano che la fine di una carriera politica sia traumatica.

Come se ne esce?

Si aspetta che si creino degli anticorpi all’interno della maggioranza. E si continua a insistere: non esistono due democrazie, ma una sola. Che ha due gambe: il diritto e il consenso degli elettori.

Ci sarà un redde rationem?

Non vedo una via di uscita tranquilla. Immagino qualcosa di simile alla vicenda Craxi. Il regime personalistico non prevede alternative. Leo Strauss e Alexandre Kojève nel loro Sulla Tirannide riportano un dialogo di Senofonte tra Gerione, tiranno di Siracusa, e il poeta Simonide. Gerione dice: non ho nemmeno la possibilità di ritirarmi a vita privata, perché sarei inseguito da tutti coloro verso i quali ho commesso soprusi. Posso solo scegliere di sparire.
di Silvia Truzzi

martedì 14 dicembre 2010

Berlusconi: l'inizio della fine

Finalmente signor Presidente del Consiglio oggi inizia la fine del suo impero di cartapesta. Qualunque sia stato il risultato numerico del voto di fiducia, qualunque sia stato il numero di voti comprati, è chiaro che non ha più quella maggioranza politica che le permette di governare. Le piaccia o non le piaccia è arrivato al capolinea della sua esperienza politica. Non le rimane che rassegnarsi al suo destino, consegnarsi alla magistratura e come un Noriega qualsiasi farsi giudicare. Pavido, pavido Presidente del Consiglio che fugge. Scappi alle Bahamas, vada anche lei a nascondersi perché altrimenti sarà processato ed è questo che vogliono i cittadini che in questi anni non si sono fatti infinocchiare dalla sua propaganda fascista. Lei si è messo a fare politica non per badare agli interessi dell’Italia, ma per risolvere i suoi affari personali, soprattutto quelli giudiziari, fuggiasco Berlusconi. Fino a qualche tempo fa lo denunciavamo solo noi dell’Italia dei Valori e siamo stati chiamati giustizialisti, populisti, questurini, ed è stato pure coniato un termine da voi ritenuto dispregiativo: “dipietristi”. Quello che noi diciamo da anni ora l’hanno ammesso anche membri della maggioranza, a partire dal Presidente della Camera Fini.
Lei pensa di lavarsi la coscienza dicendo che sono tutti comunisti, ma l’altro giorno, davanti a Montecitorio, hanno protestato i rappresentanti dei costruttori dicendo che sono stati presi in giro. Non vorrà dire, fuggitivo Berlusconi, che pure il presidente dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili, il dott. Buzzetti, sia un rivoluzionario comunista?
Ieri la guardavo, oggi fugge, mentre ieri era tutto tronfio, si sbrodolava nei suoi calzoni dicendo di essere il leader più popolare del mondo. Si è vero, di lei ne parlano tutti all’estero, ma è proprio per questo che noi ci vergogniamo di avere un Presidente del Consiglio che fuori dall’Italia viene deriso, ridicolizzato, sbeffeggiato, messo all’angolo, trattato da buffone di corte. Noi, da italiani, ci vergogniamo di lei, specie quando va all’estero. Ci vergogniamo dello stesso premier che chiama la questura per dire di rilasciare la nipote di Mubarak, che definisce Putin un “dono di Dio” e Gheddafi “un leader della libertà”. Noi ci vergogniamo perché quando va all’estero fa vergognare l’Italia!
Noi dell’Idv ci vergogniamo di lei che compra, a suon di bigliettoni, il consenso e il voto di fiducia dei parlamentari. Si rende conto di quel che ha fatto? Ha subornato la mente e la coscienza di alcuni deputati approfittando delle loro debolezze esistenziali. Lei è un Presidente del Consiglio e non può comportarsi in questo modo; è un delitto comprare il consenso parlamentare, nonché un atto moralmente deplorevole. Non mi venga a dire che non è reato perché la Costituzione garantisce i parlamentari nella loro libertà di voto. Ma dev’essere un voto davvero libero, un moto spontaneo di coscienza, senza condizionamenti e pressioni esterne e soprattutto non deve essere frutto di corruzione. Il voto non è più libero se, come ha fatto lei, viene venduto, scambiato, ricattato, costretto, indotto. Lei è moralmente riprovevole perché comprando il voto di alcuni deputati ha violentato la Costituzione e umiliato il ruolo del Parlamento, ha ridotto grandemente le condizioni minime di agibilità democratica in quest’Aula e nel Paese. Lei oggi deve affrontare la verità e non nascondersi dietro le sue bugie, come bugiardo e ipocrita è stato il suo discorso di ieri per chiedere la fiducia. Lei ha descritto un Paese delle meraviglie che esiste soltanto nella sua mente, nei suoi sogni narcisistici. Ha detto che ci sono 100 miliardi di euro messi a disposizione per rilanciare l’economia del Paese. Ma quali 100 miliardi di euro? Dove stanno? Chi li ha visti? Forse si riferiva ai suoi investimenti al sud di Antigua, ottenuti in cambio dell’annullamento del debito che quel Paese pirata aveva nei confronti dell’Italia. Perché lei è abituato a pagare con i soldi degli italiani i suoi affari. Così ha fatto e sta facendo con Gheddafi in Libia e con Putin in Russia.
Il Paese reale si trova in una situazione completamente diversa da quella che lei ha descritto. Provi a mettere fuori il naso da Palazzo Grazioli o da Montecitorio. All’esterno ci sono migliaia di persone stanche di essere prese in giro da lei e dal suo governo. Ieri mattina protestavano persino i poliziotti che sono stufi di pagarsi persino la benzina per inseguire i delinquenti. Ci sono studenti e docenti che non sono delinquenti per il solo fatto che protestano, signora Gelmini, ma sono giovani disperati ai quali avete tolto pure il futuro. E ancora ci sono i giovani senza contratto, ricattati dai vari Marchionne e strozzini di turno; ci sono i precari senza futuro di ogni categoria di lavoro. Fuori di qui non c’è il Paese delle meraviglie che lei ha descritto, ma i giovani e meno giovani che hanno perso il lavoro o non l’hanno mai avuto, i cittadini de L’Aquila terremotati due volte, dal destino e dalle sue frottole, ci sono i bisognosi ai quali avete tolto la solidarietà, ci sono persone che vogliono un po’ di giustizia.
Fuori di qui, fuori da questo Parlamento e da questo governo, perché avete ridotto l’Italia al Paese delle banane e prima se ne va, meglio è.

I delinquenti fuori dall'aula!!

Come un vile che ha la coda di paglia, il Presidente del Consiglio più delinquente che la Repubblica Italiana abbia mai avuto lascia l'aula di fronte alle sacrosante parole del Presidente dell'IdV Antonio Di Pietro che lo intima a consegnarsi alla Magistratura. E lasciano l'aula anche tutti quegli infami che lo sostengono.

Il giorno dei numeri


lunedì 13 dicembre 2010

Il terremoto di vent'anni fa









Oggi ricorre il ventesimo annversario del tragico terremoto che ha colpito Augusta e le cui conseguenze si sono trascinate per molti anni a seguire.
Era l'1:40 della notte tra il 12 e il 13 dicembre 1990 quando l'isola e la terraferma hanno tremato per dei lunghissimi ed interminabili 45 secondi. Moltissimi gli edifici privati distrutti e quasi tutte le chiese danneggiate in modo grave. Il palazzo del Municipio e la Biblioteca comunale divennero inagibili. Anche le scuole della città vennero in gran parte distrutte e se la scossa si fosse manifestata durante il giorno avrebbe causato la morte di centinaia di alunni. Tanti monumenti subirono danni dal forte terremoto, in primis la Porta Spagnola, simbolo della città. A quel tempo non esisteva ancora il ponte Federico II - costruito in seguito proprio per garantire una seconda via di accesso e di uscita dal centro storico -, pertanto l'unica via di fuga dall'isola era rappresentata appunto dai ponti della Porta Spagnola, che rimasero intasati dal traffico in esodo per diverse ore dopo il terremoto.
Benché siano passati venti anni, la memoria di quel tragico evento rimane ancora vivo nella memoria degli augustani - specialmente dai trentenni in su - ed è importante non dimenticare, per migliorare la prevenzione e l'organizzazione degli aiuti in occasione di eventi sismici di particolare gravità.

martedì 30 novembre 2010

Addio a Mario Monicelli, l'ultimo grande. Si è suicidato in ospedale.


Il regista scomparso a 95 anni ci lascia in eredità un lungo elenco di film indimenticabili, con cui ha regalato ruoli da antologia ai migliori attori di casa nostra. Da "La grande guerra" ad "Amici miei". E negli ultimi mesi la battaglia a fianco degli studenti e contro i tagli alla cultura.

ROMA - Spesso nel corso degli anni, riferendo della scomparsa di questo o di quel veterano del cinema, i giornali hanno utilizzato espressioni del tipo "addio all'ultimo dei grandi". Ma mai come nel caso di Mario Monicelli questo modo di dire si sgancia dal luogo comune, diventando verità assoluta: perché questo immenso autore nostrano è davvero un personaggio unico, nel panorama della settima arte. Padre fondatore ed esponente più autentico - cinico, disincantato, eppure carico di passione civile - di quella nobile tradizione che va sotto il nome di commedia all'italiana.
Un genere che al suo genio, al suo talento, deve tantissimo. Come dimostra l'elenco dei suoi film più noti (in tutto ne ha girati quasi settanta): da La grande guerra a I soliti ignoti, da Amici miei a Guardie e ladri, da L'armata Brancaleone a La ragazza con la pistola. Così come a lui devono tantissimo i migliori attori italiani del Novecento, a cui ha regalato ruoli indimenticabili: da Vittorio Gassman a Totò, da Marcello Mastroianni ad Alberto Sordi passando per Monica Vitti.


Se ne va l'ultimo grande del cinema italiano. Aveva 95 anni. Si è buttato da un balcone al quinto piano dell'ospedale romano San Giovanni, dove era ricoverato per un tumore in fase terminale. Le reazioni del mondo della cultura e delle istituzioni.

ROMA - Addio a Mario Monicelli, l'ultimo grande del cinema italiano. Il regista, 95 anni, è precipitato dal quinto piano dell'ospedale romano "San Giovanni". E' accaduto intorno alle 21. Secondo fonti sanitarie, si è tolto volontariamente la vita. Era ricoverato da qualche tempo nel reparto di urologia, per un tumore alla prostata in fase terminale. Era in una stanza da solo. Non è stato trovato alcun biglietto. Il corpo è stato rinvenuto dal personale dell'ospedale, a pochi metri dall'ingresso del pronto soccorso, disteso in un vialetto, accanto ad alcune aiuole. Il reparto è presidiato dalle forze dell'ordine. Il padre del regista, Tomaso, scrittore e giornalista, si era suicidato, nel 1946.
Con Monicelli scompare l'ultimo testimone di una stagione gloriosa del cinema italiano. La sua è stata una vita dedicata al grande schermo: quasi un film l'anno, dall'esordio, giovanissimo, con I ragazzi della via Pal, nel 1934, fino a Le rose del deserto del 2006 e alla sua ultima opera, Vicino al Colosseo c'è Monti, un corto-documentario dedicato al rione nel quale viveva e presentato fuori concorso alla 65esima Mostra del cinema di Venezia. Nei mesi recenti aveva aderito alla protesta del mondo dello spettacolo contro i tagli alla cultura, incitando i giovani a ribellarsi per un futuro migliore. Si era lamentato che il cinema di oggi non riusciva a raccontare l'Italia come è, ma non ce l'ha fatta a guardare al suo futuro.

La notizia si è diffusa mentre era in onda l'ultima puntata di Vieniviaconme, su RaiTre. E molti telespettatori l'hanno appresa da Fabio Fazio: "Non posso andare avanti - ha detto il conduttore - devo dirvi che è morto Mario Monicelli. Lo avremmo tanto voluto qui, ma era malato e adesso non c'è più". Immediati i messaggi di cordoglio dal mondo della cultura e delle istituzioni. Un gesto, dice il regista Carlo Lizzani, che "nasce anche dal fatto che era un super laico, uno che voleva gestire la sua vita fino in fondo, un gesto da lucidità giovane". E aggiunge: "Quello che fa capire quale sia stata la sua statura è la sua durata nel tempo nella storia del cinema italiano, prima con Steno, poi durante il periodo di Fellini e Antonioni ha continuato la sua opera intervenendo anche sul tessuto sociale con film come Compagni. E' riuscito sempre a stare a passo con il tempo". "Sono attonito - ha detto Carlo Verdone - era probabilmente una persona stanca di vivere, che non sosteneva più la vecchiaia. L'ho apprezzato molto come grande osservatore e narratore anche se a volte non condividevo il suo cinismo. Un anno fa - conclude Verdone - mi capitò di fargli gli auguri a Natale. Rimase sorpreso: "Gli auguri - mi disse - non li fa più nessuno". Per il regista Giovanni Veronesi, "una cosa va detta: non ho mai sentito nessuno che si suicida a novantacinque anni. Era davvero speciale". E aggiunge: "Sono davvero scombussolato, l'avevo sentito poco tempo fa e pur sapendo che era all'ospedale, non lo sono mai andato a trovare. Peccato".

Una decisione tragica "che va rispettata, aveva insegnato a tutti il rispetto delle regole e della tolleranza e così se qualcuno gli avesse chiesto perché il suicidio, avrebbe risposto: saranno pure i fatti miei": così Michele Placido, che con Monicelli aveva lavorato in Le rose del deserto. "Me la ricordo bene quell'esperienza, era una persona di grande energia e nessuno riusciva a stargli dietro. Cinque giorni fa lo avevo chiamato e mi aveva invitato a fare uno spettacolo per i terremotati de L'Aquila. Era così, anche molto generoso". E il produttore Aurelio De Laurentiis: "Io che lo conoscevo profondamente e sapevo della sua grande dignità e del suo desiderio di essere sempre indipendente e autonomo, posso capire questo gesto".

"E' una notizia inaspettata, come lo sono sempre queste notizie, ma in particolare per uno come Monicelli, pieno di vitalità e di un carattere talmente forte che una fine così era imprevedibile. Personaggio straordinario, forse persino sottovalutato": con queste parole Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino, ricorda Monicelli a poche ore dalla sua scomparsa. "Nelle prossime ore si deciderà con il direttore Gianni Amelio come rendergli omaggio durante il Festival". Al Torino Film Festival c'è sgomento e cordoglio per la morte del regista, che coglie di sorpresa i cineasti presenti sotto la Mole e gela il pubblico all'uscita delle ultime proiezioni serali. Il direttore Gianni Amelio si è chiuso dietro un "no comment", e così il regista Giuseppe Bertolucci che ha aggiunto: "Sono troppo toccato, preferisco aspettare e non dire nulla".

"La notizia ci riempie di sgomento e di profondo dolore - scrive in un comunicato il sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Giro - scompare un maestro del cinema italiano, un narratore aspro e vero della nostra Italia. Forse Monicelli non la pensava come me, ma io da lui ho appreso ad essere migliore e a vivere la vita". Fra i primi a giungere all'ospedale San Giovanni, Renata Polverini. "La tragica morte di Monicelli ci lascia sgomenti e ci addolora profondamente - ha detto il presidente della Regione Lazio - lascia un grande vuoto, perdiamo uno straordinario regista, autore di indimenticabili film della commedia all'italiana. Il suo suicidio ci lascia tutti attoniti, alla sua famiglia va il profondo cordoglio mio e della Regione".

"Grande dolore" è stato espresso anche dal presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti: "Non conosco i motivi che lo hanno portato a compiere questo gesto, ma con Monicelli perdiamo non solo uno dei più grandi registi, ma anche un grande italiano che con la sua arte ha portato lustro al nostro Paese. Addio maestro". Walter Veltroni parla di "un uomo straordinario, 95 anni portati con aspra ironia, con la voglia di dire ancora qualcosa con rabbia e autorevolezza. Solo pochi giorni fa la sua voce si era levata in difesa del nostro cinema, senza retorica, con la coscienza di un maestro. Non rinunciava mai a farci pensare. Per lui, ridere e riflettere erano quasi un sinonimo".

giovedì 25 novembre 2010

FS: CISL, NEI PIANI ANZIEDALI PASSO INDIETRO SU TAGLI IN SICILIA.

Messina, 25 novembre 2010 - "Sembra ufficiale il passo indietro da parte di Trenitalia e di conseguenza verrà scongiurato il taglio di numerosi treni a lunga percorrenza da e per la Sicilia già programmato per il prossimo 12 dicembre". La notizia, che arriva direttamente dai piani aziendali emanati in queste ore da Trenitalia, viene accolta con soddisfazione dal segretario generale della Cisl di Messina Tonino Genovese, dal segretario provinciale della Fit Cisl Enzo Testa e dal responsabile Ferrovie della Fit messinese Michele Barresi.
"Già nei giorni scorsi - sottolineano - dopo la forte denuncia avanzata come Cisl, pur mantenendo la massima cautela, avevamo capito che le ferrovie stavano lavorando per il ripristino dei treni in Sicilia originariamente soppressi a far data dal prossimo orario. In queste ore giungono le prime importanti conferme". Niente più bus gran turismo da Siracusa a Messina a sostituzione dei treni cosiddetti "antenne", che saranno invece tutti ripristinati, così come il collegamento da Agrigento a Catania che verrà garantito dal treno n. 1932 che si fonderà col n. 1938 proveniente da Siracusa continuando per Roma. Salvo il collegamento anche da Palermo verso Roma, treno n. 1936, con partenza alle ore 20.20 e che a Messina verrà agganciato al treno 1938. Oltre 300 i posti di lavoro nel nodo cittadino messinese, tra ferrovieri e servizi in appalto, che erano interessati dal taglio. "Ma quello prossimo ad essere ufficializzato col nuovo orario è anche il risultato della grande mobilitazione dei lavoratori che ha visto sul territorio messinese i ferrovieri scioperare ben nove volte in tre soli anni", rivendica il sindacato.

mercoledì 24 novembre 2010

giovedì 18 novembre 2010

martedì 16 novembre 2010

"U sidìli o' cocciu"


Uno dei più belli angoli dell'isola di Augusta: u sidìli o' cocciu. Quante generazioni si sono susseguite nel trascorrere le mattinate o i pomeriggi su questo sedile in pietra arenaria, ad ammirare il mare, l'orizzonte, l'Etna e - quando le condizioni meteorologiche lo consensono - anche la Calabria. I vecchietti di Augusta si ritrovano con i loro amici a discorrere del loro passato comune di sofferenze e di guerra, del loro presente e del loro futuro sognando le soddisfazioni che riceveranno dai loro nipoti.

sabato 13 novembre 2010

giovedì 11 novembre 2010

E' morto Dino De Laurentiis - Dal Neorealismo all'America


Il produttore napoletano aveva 91 anni. Al suo attivo molti capolavori del dopoguerra, tra cui "Riso Amaro" e i classici di Fellini. Da 40 anni si era trasferito negli Stati Uniti: da "I giorni del condor" ad "Hannibal". Una vita all'insegna dei grandi amori (come quello per Silvana Mangano) e della passione per la settima arte.

Da Torre Annunziata, nell'hinterland napoletano, a Hollywood, passando per la grande stagione del neorealismo e della commedia all'italiana. E oggi il mondo del cinema, al di qua e al di là dell'oceano, piange la scomparsa di Dino De Laurentiis: il grande produttore è morto a Los Angeles, dove risiedeva da tantissimi anni. Aveva 91 anni. Con lui viene meno una delle ultime figure planetarie di tycoon vecchio stile, padre-padrone innamorato della settima arte, uomo di forte temperamento e passioni. Nella vita e sul set.

E' a lui, del resto, che si devono pellicole come Riso Amaro (1948) di Giuseppe De Santis (interpretato da Silvana Mangano, uno dei suoi amori più celebri); Napoli milionaria (1950) di Eduardo De Filippo; Dov'è la libertà? (1954) di Roberto Rossellini; Miseria e nobiltà (1954) di Mario Mattoli; La grande guerra (1959) di Mario Monicelli, Leone d'Oro a Venezia. Mentre, tra i suoi successi a stelle e strisce, vanno ricordati I tre giorni del Condor di Sidney Lumet, Il giustiziere della notte di Michael Winner (con Charles Bronson); L'Anno del dragone di Michael Cimino.

Una vita intensa, la sua. Segnata sia dal suo essere diventato, in età già matura, un emigrante di superlusso, sia dal suo rappresentare una sorta di sogno americano in salsa tricolore. Ma procediamo con ordine. Agostino (questo il suo vero nome) De Laurentiis nasce a Torre Annunziata (Napoli) l'8 agosto del 1919, da padre titolare di pastificio con in tutto sei figli tra maschi e femmine. Viene così istradato, da giovanissimo, al mestiere del genitore: ma una volta, in una trasferta di lavoro a Roma, vede per strada un annuncio del Centro sperimentale di cinematografia, che cerca nuovi talenti. E così la sua vita, all'improvviso, cambia: vuole fare il cinema. Con tanto di gavetta sui set, dove il Dino ragazzo fa di tutto: trovarobe, comparsa, quello che capita.

Ma il talento imprenditoriale si manifesta presto: nel 1941 fonda la Real Cine, produce il primo titolo di un certo successo, L'amore conta, e subito dopo passa a lavorare alla Lux Film. Ma c'è la guerra. Passata la quale De Laurentiis si ritrova con un gruppo di grandi autori a rifondare il cinema nostrano: è la magnifica stagione del neorealismo, e subito dopo quella della commedia all'italiana. Entrambe lo vedono, come produttore, tra i protagonisti. Nel 1948, sul set di Riso Amaro, l'incontro fatale con Silvana Mangano che diventerà la sua seconda moglie (in tutto ne ha avute tre) e con cui ha sei figli. Uno di loro, Federico, muore in un incidente aereo in Alaska. Ma la coppia d'oro del cinema è destinata a non durare: lui è gelosissimo ("e per questo che non ho mai potuto recitare con Matroianni", confessò lei), e i due finiscono per divorziare.

Sul piano professionale, intanto, il produttore realizza il primo film italiano a colori, Totò a colori (1952) per la regia di Steno. Con Federico Fellini arrivano La strada e Le notti di Cabiria, ambedue premi Oscar per il miglior film straniero. Ma i confini italiani sembrano stargli stretti: così si butta in un nuovo faraonico progetto e realizza sulla via Pontina, alla porte di Roma, Dinocittà, una sorta di Hollywood sul Tevere sul modello di Cinecittà. Tra i kolossal che vi vennero girati, il classico La Bibbia. Qualche anno più tardi, è il 1972, la svolta: la partenza con biglietto di sola andata per Hollywood. Primo film prodotto, Serpico di Sidney Lumet. Seguono, tra gli altri, King Kong, Flash Gordon, Ragtime. Un'attività che, continua, instancabile, nel corso degli anni: tra i suoi ultimi film, il poco riuscito Hannibal di Ridley Scott, seguito del Silenzio degli innocenti. Nel 2001 la consacrazione definitiva, con l'Oscar alla carriera. E adesso, a 91 anni, l'addio: a mantenere il testimone del cinema, in famiglia, resta solo - da questa parte dell'oceano - suo nipote Aurelio, che insieme al figlio Luigi è il re tutto italiano dei cinepanettoni.

Lo scorso anno, in occasione del suo novantesimo compleanno, De Laurentiis era stato festeggiato, sia nel nostro Paese che negli Usa. E lui non si era sotratto all'inevitabile retorica dell'omaggio. Anche se sempre condito dall'autoironia: "In Italia sono il dottor De Laurentiis, in America Mister D o al massimo Dino. Come Sinatra che era Frankie e basta. Qualcosa significa, no?". E sul suo essere etichettato come paladino di film di solo intrattenimento: "Ancora dicono che faccio film commerciali... lo stesso destino del povero Totò. E La strada, poi?". Ma forse la verità è nel suo discorso di ringraziamento per l'Oscar del 2001: "Il cinema è una droga, è una fatica. Ma è esaltante: ho fatto 600 titoli, ma a ogni nuovo progetto mi ci butto con l'entusiasmo e la curiosità del primo".

mercoledì 10 novembre 2010

venerdì 5 novembre 2010

Se c'è una cosa che apprezzo di Berlusconi è la coerenza...


...il Paese va a puttane e lui che fa? Gli è solidale, va a puttane pure lui!!

giovedì 4 novembre 2010

Tra Dei...


martedì 2 novembre 2010

Adesso basta!

Siamo arrivati ad un punto giuridicamente e moralmente intollerabile! Il Presidente del Consiglio italiano - spremendo il suo bieco personalismo - ha fatto colare la goccia che ha permesso al vaso di traboccare. Si sta assistendo ad una agonia di un governo palesemente claudicante, formato da persone talmente incompetenti che hanno fatto un provino che certificasse l'assoluta mancanza di Q.I. proprio per diventare ministri, e guidato da una persona (se così può essere definita) che ha inquinato di fango, ignoranza ed illegalità tutte le attività di cui si occupa, sia istituzionali che non.
In questo ultimo periodo si è arrivati allo schifoso paradosso di assistere ad uno scempio indecoroso: ragazze (anche minorenni) vengono letteralmente "scortate" dai Carabinieri a Palazzo Grazioli (tutto documentato da video). Io ritengo che non sia degno di un Paese che vuole definirsi civile pensare anche minimamente ad una cosa del genere, mentre parallelamente assistiamo a decine di magistrati che quotidianamente chiedono la scorta per motivi di incolumità e di pubblica sicurezza collegati alla loro funzione giurisdizionale e tale richiesta viene pedissequamente negata!
Questo "delinquente" continua a rimanere attaccato al seggio istituzionale della Presidenza del Consiglio, perpetrando quotidianamente illeciti "legalizzati" ed immoralità vergognose. Cerca di tagliare le gambe a qualsiasi soggetto - fisico o giuridico - che manifesti un'opinione contraria alla sua; offende e vilipende tutti gli alti organi costituzionali che gli eccepiscono una qualsiasi violazione delle corrette regole istituzionali, dal Presidente della Repubblica alla Corte costituzionale, dal Presidente della Camera dei Deputati al Consiglio Superiore della Magistratura. Uno Stato di diritto che vuole mantenere tale denominazione non può permettere che una vicenda del genere possa continuare a manifestarsi: tutti i sistemi di controllo e di sicurezza atti ad impedire il "travalicamento" dell'ordine democratico e costituzionale devono mettersi in moto per poter tornare all'ordine costituito e per porre un freno a questa valanga patologica.
Ancora oggi ci sono parlamentari della Lega ignoranti che sostengono che un governo tecnico costituisca un "golpe" o un sovvertimento democratico, così come asserisce anche il Presidente del Consiglio. Questi soggetti dovrebbero sapere, già per motivo connaturato al ruolo che essi rivestono, che la eventuale formazione di un governo tecnico è una previsione costituzionale perfettamente legittima e conforme agli equilibri costituzionali in determinati momenti di crisi parlamentare e tale previsione è rimessa alla discrezionalità istituzionale della somma carica costituzionale (Presidente della Repubblica), che valuta la possibilità di trovare alternative maggioranze in Parlamento e nominare un esponente "tecnico", non politico, il quale, sorretto da tali maggioranze, riesca a guidare un esecutivo che ponga in essere determinati atti governativi/legislativi volti a ristabilire "l'ordine parlamentare ed istituzionale" (quali la legge elettorale), per poi ritornare alle elezioni politiche in condizioni di maggiore legittimazione (e legittimità) democratica e costituzionale.
Lo sdegno accumulato per l'inverecondo spettacolo cui il Presidente del Consiglio quotidianamente ci costringe ad assistere non può e non deve andare oltre. Occorre manifestare assoluta contrarietà, opposizione e CONDANNA nei confronti di questo Presidente del Consiglio, di questo Governo e di questo modo di guidare una nazione!

ADESSO BASTA!